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Henri Matisse…e i colori si fanno dinamite

La gabbia delle belve feroci

“Dal momento in cui ho tenuto la scatola di colori nelle mie mani sapevo che questa era la mia vita. Mi sono buttato dentro come una bestia che precipita verso la cosa che ama”

(Henri Matisse)

dincanto_matisse_interno rosso

L’unico movimento cui è possibile ascrivere interamente l’opera di Matisse è il fauvismo, le belve, coloro che realizzano tele come farebbe un bambino che gioca con i colori.

Almeno questo è quanto pensavano i suoi contemporanei all’inizio, quando si vedevano aggrediti da verdi e viola vibranti, da campiture di rosso acceso, blu profondo e verde, poste tutte sullo stesso piano, come un gioco al massacro.

Per Matisse i colori dovevano creare la luce, essere accostati senza alcun preconcetto, ricercando, sopra ogni cosa, l’espressione.

L’interiorità armoniosa e il suo religioso senso di rispetto per la vita sprizzano gioia fuori dalle tele, prima grazie alle pennellate coraggiose e non sfumate, e dopo, disegnando con le forbici nel colore puro.


Le carte ritagliate

Dopo il 1948 Henri Matisse non dipinge quasi praticamente più. Ritaglia con grandi forbici da sarto fogli colorati con la tecnica del “guazzo” cioè con colori addizionati di gomma arabica e pigmento di carico per risultare più brillanti.

Li posiziona nella sua composizione, aiutato dai suoi assistenti, e poi li ritocca, e li ritaglia, e li riposiziona, sino a che l’equilibrio non lo soddisfa. Diventa un po’ come scolpire colore puro, potendo accostare cromie pure, senza la mediazione del pennello sulla tela.


La mostra Matisse e il suo tempo a Torino

In mostra a Palazzo Chiablese a Torino non solo Matisse, ma novantasette opere del suo tempo, il suo estremo polo (sud) opposto Pablo Picasso, gli amici Albert Marquet e Georges Braque, l’anarchico Maurice de Vlaminck, Severini, Juan Gris, Modigliani, Mirò…e molti altri ancora.

Una mostra interessante, in cui si passa dalla formazione di Henri, all’espressionismo astratto, alla visione critica di impressionismo e cubismo, sino al ritorno al figurativo.

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In Porta-finestra a Collioure (1914) Matisse raggiunge l’astrazione, lasciando allo sguardo veramente poco di riconoscibile. Al centro un nero in cui tutto sprofonda, come se la sua visuale fosse oscurata dall’avvicinarsi del primo conflitto mondiale

Solo le fratture verticali della porta, e una linea obliqua che conferisce una briciola di prospettiva, un filo, che terrà Henri legato alla sua idea classica di opera d’arte, senza lasciare che raggiunga l’astrazione.

La mostra sarà visitabile sino al 15 maggio. Merita molta pazienza e magari una mediazione che consenta di accostare tutti questi anni e questi avvicendamenti nella complessa vita artistica di Matisse, sperando di rendere onore al fine ultimo della sua pittura: “Il mio obiettivo è rendere la mia emozione”.

 

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